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All’Alba di una vita nuova
Curiosità Aneddoti

All’Alba di una vita nuova

Il distributore API di piazza Marconi

Erano gli anni Settanta, e il mondo sembrava muoversi a un ritmo più lento, come se ogni giornata avesse il tempo di farsi ricordare.

Alle sei e mezza del mattino l’aria pungeva le guance. Le strade erano ancora mezze vuote, con quel silenzio che appartiene solo all’alba. Io passavo sempre prima dal Bar Argo. La porta cigolava appena quando entravo, e dentro c’era il profumo caldo del caffè che si mescolava a quello dei cornetti appena sfornati. Liliana era già lì, come ogni giorno. Non serviva neanche parlare: appena mi vedeva, sorrideva e iniziava a preparare il cappuccino.

Era cremoso, perfetto, con quella schiuma densa che sembrava disegnata. Non ne ho mai più bevuto uno così, nemmeno dopo anni. E poi c’era il fazzoletto con la marmellata della pasticceria da Andrea, semplice, ma capace di restare nella memoria come certe cose che non sai spiegare. Alle sette in punto aprivo il distributore API all’angolo. La serranda del gabbiotto faceva sempre lo stesso rumore metallico, e il freddo si infilava subito sotto il giubbotto. Dentro il gabbiotto c’era una stufetta elettrica che ci metteva un po’ a fare il suo lavoro, ma quando finalmente scaldava, sembrava quasi di stare bene. Le ore passavano tra macchine che arrivavano e andavano, tra pieni di benzina e chiacchiere veloci. Una mattina, come fosse una coincidenza, si fermò un’auto a fare benzina. All’interno c’era il tenente Russo, ufficiale di collegamento degli agenti di custodia a Cassino. Riconobbi la divisa. Gli dissi che qualche mese dopo, il 2 maggio, avrei partecipato all’11° corso degli agenti di custodia.

Mi guardò con attenzione e mi rispose:

«Appena arrivi mi fai chiamare, sono il tenente Russo». Quelle parole mi rimasero dentro. Non erano solo un invito, ma quasi una promessa, un segno che quel futuro che aspettavo stava cominciando a prendere forma.

Più tardi arrivavano gli altri: Alfredo dell’autolavaggio, sempre con le mani segnate dal lavoro e la battuta pronta. Raffaele, l’elettrauto, che parlava poco ma osservava tutto. E Andrea, il pasticciere, che ogni tanto portava qualcosa di dolce, giusto per “assaggiare”, diceva lui. Erano momenti semplici, ma pieni. Si rideva, si commentava la giornata, si parlava del nulla e di tutto. Il venerdì era speciale. Era il giorno di paga. Arrivava Tonino, con quel passo tranquillo e il volto serio, accompagnato dal figlio Sergio. Mi consegnava le 14.000 lire per la settimana. Le prendevo con una certa attenzione, quasi rispetto. Mi sembravano tante, più di quanto sapessi davvero usare. In quel gesto c’era qualcosa di importante: non erano solo soldi, erano fatica, tempo, crescita.

Avevo 18 anni. E dentro di me c’era un’attesa silenziosa. Aspettavo maggio, come si aspetta qualcosa che può cambiare tutto. Il corso per Agente di Custodia rappresentava un futuro, una direzione. Non sapevo esattamente cosa mi aspettasse, ma sentivo che sarebbe stato un passo avanti. E così le giornate scorrevano, tra il profumo del cappuccino, il freddo del mattino, le risate con gli amici e i sogni ancora da realizzare.

Erano anni semplici, sì. Ma pieni di vita. E forse proprio per questo, impossibili da dimenticare.


(Per evitare inutili polemiche, si specifica che l’immagine è un dipinto e non una rappresentazione fedele del luogo negli anni ’70.)

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