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TG 24 Info – Cassino – Sospensione del procedimento con messa alla prova, lezione alla Camera Penale

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Sabato 18 giugno presso la Sala Restagno del Comune di Cassino, nell’ambito del 12° Corso di “Deontologia e Tecnica del Penalista” organizzata dalla locale Camera Penale, si è tenuta una interessante lezione sul tema della sospensione del procedimento con messa alla prova. L’incontro, a cui hanno partecipato circa 40 avvocati provenienti anche da fuori provincia, è stato tenuto dall’Avv. Antonio Di Sotto, del Foro di Cassino, membro del Direttivo della Camera Penale.

Dopo i saluti e la presentazione del Presidente della Camera, Avv. Pasquale Improta, sono state affrontate le criticità ed i dubbi interpretativi dell’istituto della messa alla prova e, soprattutto, i benefici che ne derivano per i soggetti ammessi. La messa alla prova è una forma di probation giudiziale innovativa nel settore degli adulti che consiste, su richiesta dell’imputato, nella sospensione del procedimento penale nella fase decisoria di primo grado per reati di minore allarme sociale. Le mansioni alle quali gli imputati che prestano lavoro di pubblica utilità afferiscono a diversi tipi di attività, da quelle sociali e socio-sanitarie a quelle di protezione civile, come il soccorso alla popolazione anche in caso di calamità, al patrimonio ambientale, a quello culturale e archivistico, agli immobili e servizi pubblici. L’istituto giuridico della “messa alla prova” prevede, inoltre, che l’imputato svolga attività riparative, volte all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, attività di risarcimento del danno dallo stesso cagionato e, ove possibile, attività di mediazione con la vittima del reato.

Avv. Di Sotto che cosa è la messa alla prova?
“E’ una modalità alternativa di definizione di un procedimento penale attivabile sin dalla fase delle indagini preliminari, mediante la quale è possibile pervenire ad una pronuncia di proscioglimento per estinzione del reato laddove il periodo di prova cui è stato ammesso l’indagato/imputato, ovviamente in presenza di determinati presupposti normativi, si concluda con esito positivo. La messa alla prova può essere ammessa dal Giudice per reati puniti con la reclusione fino a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria e per non più di una sola volta. Ne è esclusa, però, l’applicazione ai contravventori e delinquenti abituali, professionali e per tendenza”.
Dunque si tratta di un nuovo strumento utile anche ad evitare il sovraffollamento carcerario?
“E’ un istituto fortemente innovativo rispetto ai tradizionali sistemi di intervento sanzionatorio statuale cui siamo abituati; è tra i primi a dare concretezza alla funzione social preventiva del trattamento sanzionatorio prevedendo degli obblighi, non a favore dello Stato ma nei confronti della persona offesa dal reato, che deve essere ristorata del danno subito, e nei confronti della comunità, grazie alla previsione di un lavoro di pubblica utilità. Un impegno a titolo gratuito, per un periodo determinato, da svolgere secondo le prescrizioni e sotto il controllo dei servizi sociali
In pratica cosa farebbero i soggetti messi alla prova?
“Le mansioni alle quali gli indagati/imputati che prestano lavoro di pubblica utilità possono essere adibiti riguardano attività in ambito sociale e socio-sanitario, di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale, culturale e archivistico, inclusa la custodia di biblioteche, musei, gallerie, pinacoteche, nonché la manutenzione di immobili e servizi pubblici e, in ogni caso, con riguardo alle specifiche competenze, professionalità e compatibili con le sue esigenze familiari e lavorative”.
Quale significato dovrebbe acquisire la messa alla prova per il soggetto interessato?
“Per la prima volta si chiede all’imputato una profonda riflessione su ciò che ha col disvalore del fatto contestato, seppur non accertato, e una condotta “riparatoria” concreta nei confronti della vittima del reato e della comunità cui appartiene. Solo questa “riconciliazione” può consentire di pensare, nel tempo, ad una giustizia in cui “la pena non può essere la conseguenza ineluttabile di ogni reato”.
Quali sono le criticità della messa alla prova?
“Una tra le tante criticità riguardava la mancata previsione di parametri idonei a determinare la durata massima della messa alla prova. Per cui tra i Giudici si era creata, non volendo, una disparità di trattamento, pur in presenza di analoghe fattispecie di reato”.
Criticità risolta?
“Tale disfunzione è stata sanata grazie al consolidato spirito collaborativo fra Camera Penale di Cassino, Consiglio dell’Ordine e Tribunale che hanno sottoscritto delle linee guida condivise in cui i reati sono stati divisi per “fasce edittali” con l’attribuzione “certa” della durata della messa alla prova. Ora, in base al reato contestato, si può ragionevolmente prevedere quale sarà il periodo di messa alla prova”.
Avv. Di Sotto, in parole povere a chi è rivolto la messa alla prova?
“Mi verrebbe da dire che la messa alla prova rappresenta, oltre che una alternativa al processo, una opportunità per consentire a chi è incappato in un “incidente di percorso” nella sua vita di rimediare e di riflettere sull’accaduto, evitando il rischio di un processo penale e di una possibile condanna che rappresenterebbe, invece, un “incidente” che ti potrebbe segnare tutta la vita. Dunque si rivolge, principalmente, ai giovani che commettono qualche bravata, per esempio reati di minore gravità o violazioni al codice della strada che sono anche di rilevanza penale. Più in generale è rivolto a tutti coloro che, consapevolmente, accettano di aver sbagliato e vogliono “mettersi alla prova” per dimostrare di averlo capito e tornare ad essere “puliti” ma, altrettanto consapevolmente sanno che non ci potrà essere una seconda “prova”.
Anna Ammanniti

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