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Valditara: “Umiliazione fattore di crescita nella scuola.”

Il Ministro dell’Istruzione propone di mandare gli alunni violenti ai lavori socialmente utili come fattore fondamentale di crescita. Attraverso l’umiliazione si cresce e si costruisce la personalità, da lì nasce il riscatto, la maturazione e la responsabilizzazione.
Continuano a far discutere le parole pronunciate dal ministro dell’istruzione mentre parlava di lavori socialmente utili, di un metodo educativo basato sull’umiliazione dei giovani nella scuola, in realtà una serie di  dichiarazioni che non sono piaciute, molto commentate e riflettono una concezione punitiva delle istituzioni scolastiche.

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Affermazioni sulle quali il ministro precisa in un secondo momento di aver usato un termine inadeguato. Controverse le parole di Valditara in un discorso sul bullismo nelle scuole e di come mettere un argine agli episodi di violenza in classe, rimandando al tema del rispetto verso i docenti, dirigenti scolastici, studenti e beni pubblici passi necessariamente attraverso l’autorevolezza.
Da qui una serie di proposte a partire dal responsabilizzare le famiglie, dal docente tutor alla didattica personalizzata. Eliminare i cellulari in classe, abolire il reddito di cittadinanza per gli studenti che non hanno terminato il percorso di studi.
Non bisogna dimenticare che la scuola è un luogo di educazione, d’istruzione chiamato ad investire sugli alunni, non luogo di repressione né un tribunale che deve comminare agli studenti pene alternative.
I grandi educatori e pedagogisti del passato da Maria Montessori ad Alberto Manzi, Mario Lodi e Don Milani ci hanno insegnato che il riscatto, la redenzione non si ottengono attraverso l’umiliazione. I più fragili non vanno umiliati e l’idea che i percorsi necessari per ripristinare l’autorevolezza degli educatori fluisce dal potere delle istituzioni educative di punire e umiliare chi ha commesso un danno alla collettività è indice di un atteggiamento di autorità severe verso comportamenti definiti devianti.
L’impostazione punitiva non giova a nessuno, per questo i grandi educatori, hanno superato l’idea vendicativa fine a se stessa. Non è niente educativo mortificare un ‘adolescente che sbaglia e del tutto imperdonabile se un docente non dia la possibilità di recupero all’allievo.
Nel contesto didattico ed educativo, mandare ad insegnanti punitivi ed aule in cui rimbombano urla di rimprovero, l’immagine delle” orecchie d’asino” rimanda ad un modello di scuola passato educando intere generazioni ad un rispetto dettato sul timore e sull’umiliazione tossica, ma non certo determinante per la crescita di nessuno.

Educare gli alunni contro ogni forma di violenza è possibile attraverso condotte di vita virtuose mediante l’educazione civica a partire dalla scuola primaria favorendo il dialogo che parte dall’ascolto e dal rispetto tra i banchi, dove c’è libertà di azione durante la ricreazione, tra i corridoi e nel cortile.
Non si risolve l’educazione di un bullo con i lavori socialmente utili, occorrono insegnanti per attuare una maggiore educazione sul singolo mediante l’interazione e alla riflessione individuale. Anziché investire sulle persone in termini di punizioni e sanzioni è necessario che si rafforzi l’investimento culturale e ci si interroghi sulle motivazioni e comportamenti violenti costruendo le condizioni necessarie alla crescita dei ragazzi, rammentando che umiliare qualcuno significa lasciarlo solo, equivale ad abbandonarlo a sé stesso.

“Può educare solo chi sa cosa significa amare” Pier Paolo Pasolini.

A cura:
Di Mambro Dolores
Docente e Pedagogista.

 

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